Turchia e Europa: una questione di identità

L’identità dell’Europa si è forgiata anche in opposizione all’imperialismo ottomano. La crescente ostilità al progetto di integrazione nell'Ue della Turchia, paese asiatico e musulmano, è il marcatore di una presa di coscienza dei popoli europei.

Turchia identitàLa radici greche, romane e cristiane dell’Europa sollevano domande sulla coerenza del progetto di allargamento dell’Unione Europea alla Turchia. L’identità europea si è forgiata anche in opposizione all’imperialismo turco. La crescente ostilità dell’opinione pubblica per i disegni di adesione all’Europa di un grande paese asiatico e musulmano è il marcatore di una presa di coscienza dei popoli europei, che rivendicano rispetto per la loro identità.

Lo scorso 24 giugno, Erdogan ha trionfato alle presidenziali turche con il 52,6% dei voti popolari. Il suo principale oppositore, il candidato del partito kemalista Chp, Muharrem Ince, si è fermato al 30,6%.

Le accuse di irregolarità del voto turco non nascondono il fatto che il consenso di Erdogan è reale, radicato e in crescita. La maggioranza dei turchi si riconosce nella sua linea: un mix di politica neo-ottomana, volta a recuperare influenza nei paesi un tempo soggetti dell’Impero ottomano, e revival islamico. Il gradimento popolare è molto forte nelle province dell’Anatolia e del Mar Nero. L’Akp, il partito di Erdogan, sta progressivamente conquistando le roccaforti kemaliste, come le province del Mediterraneo.

Anche il fallimento del colpo di Stato del 2016, il cui esito è stato disastroso per la cornice dei diritti in Turchia, può essere letto come prova della sostanziale capacità di tenuta del sistema di potere di Erdogan.

Il peggioramento dello stato delle libertà civili e politiche in Turchia ha deteriorato i rapporti con i paesi occidentali. Per vari osservatori l’irrigidimento americano annunciato da Donald Trump potrebbe aggravare la crisi economica e valutaria di Ankara, con due effetti:

  1. indebolire il potere di Erdogan;
  2. rimettere in discussione il sistema di alleanze occidentale di cui Ankara è uno dei pilastri.

La crisi turca riporta al centro della politica internazionale il problema dei rapporti fra Europa e Turchia

Il peso politico, economico e militare del gigante anatolico conferisce alla crisi turca chiari riflessi internazionali. Sul piano geopolitico Ankara è collocata in un quadrante strategico dove si muovono attori molto assertivi. Inoltre, un riorientamento delle alleanze turche avrebbe effetti profondi sugli equilibri internazionali.

La cornice interna della Turchia sembra per ora confermare la solidità del potere di Erdogan. Di conseguenza, per Diplomaziaitaliana più che predire scenari appare utile esaminare la questione sotto il suo profilo metapolitico: il problema del rapporto fra Europa e Turchia.

Il primo millennio e mezzo della nostra era è stato caratterizzato da alcune macro-dinamiche. Fra queste, la plurisecolare spinta verso ovest dei popoli nomadici prototurchi e protomongoli provenienti dalle profondità dell’Asia. Scacciate dai cinesi dalle loro terre d’origine nella Manciuria settentrionale, queste popolazioni asiatiche hanno percorso verso occidente la grande steppa eurasiatica. Hanno attraversato i Monti Altai fino al Lago Balqaš in Asia centrale. E, da lì, verso l’Asia minore, le steppe della Russia meridionale, i Balcani, fino all’Europa occidentale.

Il primo urto euro-turco forgia l’identità dei popoli d’Europa e ne delimita i confini

È il primo shock euro-turco a tracciare quelle che ancora oggi sono le mappe dei territori dei popoli d’Eurasia. Un urto che ha contribuito al riflusso dei popoli indoeuropei verso l’Europa centrale e occidentale.

Nel IV secolo gli Unni, nomadi prototurchi sino ad allora pressoché sconosciuti, fecero la loro comparsa sul palcoscenico della storia. Costretti a occidente dalla pressione cinese investirono le regioni a est dei confini dell’Impero romano: le odierne Ucraina, Bielorussia, Europa orientale, Balcani e Germania.

In fuga dalle orde unne, i barbari indoeuropei di stirpe germanica e iranica che abitavano quelle terre si ritirarono verso ovest, sfondando il limes romano nell’area danubiano-balcanica e sul Reno.

L’effetto domino innescato dagli Unni provocò fra il 378 d.C. e il 406 d.C. diverse ondate di movimenti di popoli. Sono, queste, le “invasioni barbariche” che in poco più di tre generazioni portarono nel 476 d.C. alla disintegrazione dell’Impero romano d’occidente. E, sulle macerie dell’Impero, alla nascita dei regni romano-barbarici all’origine degli stati-nazione europei.

Il confronto fra europei e Unni fu chiaramente percepito dai contemporanei come un irriducibile scontro di civiltà: un tema sempre presente nelle cronache degli storici del tempo, quali Ammiano Marcellino e Giordane.

È l’epoca dei martiri cristiani, il cui culto ha ispirato l’iconografia medievale e ha contribuito a costruire l’identità dell’EuropaMartiri come Sant’Orsola, secondo la leggenda trucidata dagli Unni a Colonia insieme a undicimila vergini.

Gigantesco trauma collettivo, la memoria dell’invasione unna è stata trasmessa oralmente per secoli fra le tribù germaniche ed ha ispirato la Völsunga Saga e il più noto Canto dei Nibelunghi.

Nel 451 d.C., vi fu uno dei momenti decisivi della storia dell’umanità. Il tentativo unno di sottomettere l’Europa subì una definitiva battuta d’arresto alla Battaglia dei Campi Catalaunici, nell’odierna Francia.

Il re unno Attila, che con le sue armate era giunto nel cuore dell’Europa, fu sconfitto da un esercito guidato dal generale romano Ezio, composto da Romani, Visigoti, Franchi, Sassoni e Alani: una vera e propria coalizione europea ante litteram.

La nascita dell’Islam nel VII secolo costituì un punto di svolta nei rapporti fra mondo europeo e mondo turco. La conversione dei popoli turchi all’Islam mutò quello che era un classico espansionismo territoriale in un messianico imperialismo religioso.

Nel 1071 l’Impero bizantino, baluardo orientale d’Europa, fu battuto dai turchi selgiuchidi alla Battaglia di Manzicerta. Seppur limitata militarmente, la sconfitta fu decisiva sul piano politico. Bisanzio fu privata dell’Anatolia, base per il reclutamento dei suoi eserciti, e perse definitivamente l’iniziativa strategica.

Dopo Manzicerta, l’Impero fu dilaniato da una guerra civile. Terminata la crisi, non ebbe più la forza militare per recuperare i territori persi e restò su posizioni difensive sino al compimento della sua parabola storica.

La vittoria dei selgiuchidi avviò la turchizzazione dell’Asia minore, che si sarebbe rivelata un fatto permanente. Le scorribande turche spinsero le antiche popolazioni europee di lingua e cultura greca e di religione cristiana sempre più verso le coste della penisola.

L’espansionismo turco, un imperialismo religioso

La reazione europea all’espansione turca venne da occidente. E, non a caso, aveva anche una chiara base religiosa. Le Crociate, guidate dalla cavalleria pesante franca, impegnarono i turchi in durissimi scontri nei loro possedimenti in Terra Santa. Un’insperata tregua di tre secoli per l’esangue Impero bizantino.

L’imperialismo turco non poteva tuttavia rivolgersi ad oriente, dove si sarebbe scontrato con i più potenti Mongoli di Gengis Khan e di Tamerlano. Una volta esaurite la pressione dei crociati e la minaccia mongola, i turchi – guidati dagli ottomani – rafforzarono la spinta verso l’Europa, cercando di forzare la porta d’accesso dei Balcani.

Nel XV secolo, l’Impero ottomano divenne la punta di diamante dell’espansionismo turco. Nel 1453 cadde Costantinopoli. La civiltà greca, romana e cristiana venne definitivamente estromessa dall’Asia minore, mettendo termine ad una presenza plurimillenaria. Nel 1456, simbolicamente, cadde anche Atene.

Sotto Solimano, nel XVI secolo, i turchi moltiplicarono le offensive nel Mediterraneo e nel vecchio continente. Tuttavia, i rapporti di forza stavano ormai mutando. Le rotte oceaniche aperte dagli europei diedero nuova linfa all’Europa, mentre l’Impero ottomano restava tagliato fuori dai nuovi traffici. Con le nuove tratte l’Islam cessò anche di essere un intermediario ineludibile per il commercio fra l’Europa e le Indie.

All’inizio del XVII secolo, l’Impero ottomano restava la prima potenza mondiale. Tuttavia, era in declino rispetto ai paesi europei, che potevano contare su un crescente vantaggio scientifico e tecnologico e su un’alta natalità.

L’ultimo tentativo ottomano di dare una spallata alle mura europee, l’assedio di Vienna del 1683, fu spezzato da un esercito polacco-tedesco-austriaco. Con esso furono definitivamente stroncate le mire imperialiste turche sull’Europa.

Da allora iniziò una lenta riconquista europea. Il culmine fu raggiunto con la guerra greco-turca del 1919-1922.

Il conflitto voleva realizzare il disegno irredentistico della Megali Idea: riunire tutti i territori abitati da popolazioni greche sotto un unico Stato, con Costantinopoli capitale.

La vittoria della Turchia di Ataturk mise fine all’ultimo tentativo europeo di recuperare gli antichi possedimenti ellenici in Asia minore.

Europa Turchia

Shock etnico e religioso, il confronto fra Europa e Turchia dimostra l’irriducibilità delle due logiche geopolitiche

La complessa storia dei rapporti euro-turchi dimostra che il dibattito sulle radici cristiane dell’Europa e sul rapporto fra cristianesimo e Islam va oltre la dialettica laicità-religione.

In realtà, la questione ha al centro il tema della coerenza del progetto politico europeo. Il tema di quale Europa debba essere il risultato del processo di integrazione.

Negli ultimi anni, il mondo è entrato in una fase storica caratterizzata da due tendenze.

  1. Da un lato, gli Usa cercano con crescente difficoltà di puntellare la loro egemonia.
  2. Dall’altro, diversi attori emergenti moltiplicano le iniziative per costruire un nuovo ordine internazionale multipolare.

In questa cornice, tutti gli attori internazionali – Stati, alleanze, organizzazioni regionali – stanno riaffermando le loro identità culturali, etniche e religiose. Stanno riscoprendo le ragioni che li tengono insieme. Dall’Asia alle Americhe, dall’Africa ai paesi musulmani, in tutti i continenti fioriscono iniziative volte a recuperare e valorizzare le identità.

La domanda decisiva dunque è: davvero vogliamo che l’Unione Europea sia l’unica costruzione politica del XXI secolo priva delle sue radici e della sua storia?

La coscienza della posta in gioco: l’identità europea

L’Europa è erede della Grecia, di Roma, del cristianesimo medievale, della cultura germanica e di quella slava. Le radici europee sono indoeuropee e cristiane. La crescita dell’Islam in Europa per mezzo dell’immigrazione di massa sta convincendo sempre più europei che la partita decisiva del XXI secolo è quella dell’identità.

La presenza fisica di grandi masse musulmane nel vecchio continente non tarderà a tramutarsi in azione politica. Con tutto ciò che ne consegue in termini di rivendicazioni culturali, di costume e soprattutto legislative: ossia tutto quello che afferisce ai diritti civili e politici.

Di contro, negli ultimi anni si è assistito a ripetuti appelli del Vaticano – soprattutto durante il pontificato di Benedetto XVI – per valorizzare le radici cristiane dell’Europa. E si è registrata una manifesta, diffusa contrarietà dell’opinione pubblica all’ingresso della Turchia nell’Ue.

Queste manifestazioni sono una denuncia dell’ormai ineludibile problema politico dell’aridità del progetto di integrazione europea. Troppo tecnocratico da un lato. Irrispettoso di temi fondamentali per i popoli europei, come radici e identità dall’altro.

Contro l’Europa dei tecnocrati, l’Italia metta sul tavolo l’Europa-potenza

L’Italia può dare un importante contributo alla difesa dell’identità europea. Per tre volte almeno nella sua storia è stata fra gli architetti dell’Europa. Con Roma, con il Rinascimento, come paese fondatore della Cee.

Come pochi paesi del vecchio continente, l’Italia ha attinto a tutte le fonti della civiltà europea: quella greca, quella romana, quella cristiana e quella germanica.

Limes meridionale d’Europa, per secoli l’Italia ha subito l’imperialismo dei turchi e dei loro vassalli mori, come dimostrano le numerose torri di avvistamento ancora oggi in piedi sulle coste della penisola.

L’Italia ha le carte in regola per aiutare a rilanciare il progetto europeo, andando oltre l’attuale disegno tecnocratico.

Chiamando i popoli d’Europa a fare nuovamente qualcosa di grande insieme. A costruire un’Europa-potenza, un attore politico mondiale che sappia attingere alle sue radici elleniche, romane, cristiane, germaniche e slave e sia un faro di ragione, diritto e universalismo.

L’Europa e l’islamica Turchia non sono miscibili in un’Europa-potenza. Per troppe ragioni la Turchia non è europea: culturali, etniche, religiose e geopolitiche. Con l’ingresso della Turchia, l’Europa si ritroverebbe confini comuni con Siria, Iraq e Iran. Tanto basta per mettere a nudo l’insensatezza di ogni progetto di adesione della Turchia all’Ue.

Per costruire l’Europa è decisivo saper distinguere fra chi è europeo e chi non lo è. Fra chi, per appartenenza di civiltà e culturale, si riconosce nei valori europei – in primis il diritto – e chi no.

Questa elementare verità rende evidente che l’ingresso in Europa di un paese asiatico e musulmano avrebbe un effetto disgregatore, non federatore.

Nondimeno, è essenziale che l’Europa abbia buoni rapporti con la Turchia, attore-chiave per gli equilibri nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Asia centrale. Non essere parenti non significa che non si possa essere amici. La stabilità del Mediterraneo e dei paesi che vi si affacciano è un interesse strategico italiano ed europeo. Ankara ha interesse a non recidere il rapporto con l’Europa.

Come insegnano la storia di Venezia e Genova e l’amicizia degli ultimi anni, l’Italia ha un’esemplare tradizione di dialogo con il mondo turco, che può essere messa a frutto dall’Europa per collaborare con Ankara, armonizzando i diversi interessi.

Lezioni per l’Italia: cosa insegna la crisi turca

Facendo analogie con la crisi turca, da più parti si è ipotizzato che l’Italia potrebbe a breve subire attacchi dei mercati.

Al riguardo, vanno precisati alcuni dati. Il rapporto debito pubblico/Pil della Turchia è basso, quello dell’Italia elevato. La causa della crisi turca non è dunque l’indebitamento statale, che è invece il tallone d’Achille italiano.

La causa della crisi di Ankara va ricercata nel persistente deficit estero. A differenza dell’Italia, la Turchia è un paese con bassi tassi di risparmio.

Esso dipende dal credito estero per finanziare crescita e importazioni. Il sistematico ricorso al credito estero da parte di Ankara ha generato un importante stock di debito privato estero che sta oggi provocando iniziative speculative: sono le stesse banche estere che hanno imprestato alla Turchia che ora stanno stringendo il cappio.

Di converso, la bilancia dei pagamenti italiana è in attivo. Il dato è dunque che alla speculazione internazionale interessa l’esistenza di vulnerabilità da sfruttare, non il debito pubblico.

L’Italia deve ridurre le proprie debolezze rilanciando la crescita economica. Magari con un programma di investimenti infrastrutturali, la cui urgenza è stata impietosamente dimostrata dai tragici fatti di Genova.

Questo articolo è pubblicato anche su ItaliaNotizie24.it