Strumenti del pensiero: Machiavelli, “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”

Strumenti per il pensiero. I consigli di lettura di Diplomazia Italiana.

Ci sono molti buoni motivi per rileggere i “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” di Machiavelli, inventore della scienza politica moderna e primo grande teorico del realismo.

Ecco perché rileggere i “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”

Perché rileggere oggi i “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio” di Niccolò Machiavelli? Innanzi tutto perché è una delle prime opere politiche in italiano volgare e non in latino. Un testo nella lingua dei nostri Padri. Un italiano ancor oggi vivo, sanguigno, da cui sprigionano l’acume e l’esperienza diplomatica del segretario fiorentino. La seconda ragione è il metodo che – come spiega l’autore nella dedica – si basa su “una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo”.

L’italiano Machiavelli è il primo, grande teorico del realismo politico. Con lui nasce la scienza politica moderna. E chi si vuole occupare di affari internazionali in modo serio, lasciando ad altri retorica, demagogia e mistificazioni, deve leggere la realtà per ciò che essa è. Non come vorrebbe che fosse. Solo così si può comprendere il mondo e le sue dinamiche.

Sembra ieri quando al termine della Guerra Fredda certi osservatori, da taluni creduti ingenui ma in realtà portatori di precisi e neanche troppo occulti interessi, preconizzavano la “fine della storia”: l’irreversibile trionfo su scala globale di un unico modello politico, economico e sociale, basato sulla triade democrazia rappresentativa-mercato-individualismo astratto (o, a seconda dei gusti, società “liquida”).

E invece la storia dell’ultimo quarto di secolo ci ha messi di fronte al ritorno del reale. E, con esso, all’irruzione in scena di alfieri di interessi politici, modelli economici, radici culturali e religiose, alternativi al globalismo e alla sua doxa.

In questo quadro, osserviamo oggi la superpotenza trionfante dei primi anni ’90 del XX secolo muoversi con crescente affanno in diverse aree del mondo, tentando di spegnere incendi che essa stessa ha talvolta contribuito ad appiccare.

I “Discorsi” sono e saranno sempre attuali. Perché trattano di un tema essenziale per gli osservatori dell’attualità internazionale: la nascita, la crescita e la morte delle repubbliche (oggi diremmo: degli Stati).

La storia è tragedia

Il diplomatico fiorentino, ispirandosi a Polibio, ne riprende la teoria ciclica delle forme di governo. Un periodico trapassare di istituzioni funzionanti, loro degenerazione, successiva rigenerazione sotto diversa forma: monarchia, tirannide, aristocrazia, oligarchia, democrazia, licenza.

Cosa ci insegna questo? Che la storia è tragedia e che la violenza, per quanto indesiderabile, non può essere a priori esclusa dall’orizzonte della politica.

Che non esiste un assetto politico irreversibile. Che gli Stati finiscono per corrompersi ma che, in un eterno movimento circolare, possono rigenerarsi: perché l’energia per ricominciare c’è sempre, appartiene alla natura dell’uomo.

Che ogni Stato trova la sua legittimazione ultima nel saper fronteggiare le sfide che la storia gli presenta.

Esaminando la repubblica romana, Machiavelli si sofferma sul suo peculiare modello istituzionale che, affiancando il Tribunato della plebe al Senato, associava le classi popolari al patriziato nell’attività di governo. Una res publica “tumultuaria” che incanalava in un alveo istituzionale la competizione fra i ceti sociali, obbligandoli a dare prova di qualità politiche. Una repubblica la cui difesa ed espansione era dunque sentita da tutti, aristocratici e popolari, come un comune interesse vitale.

Un eccezionale fattore di coesione interna e, quindi, di potenza esterna, di proiezione dell’energia vitale della res publica romana in un mondo, allora come oggi, caratterizzato dalla presenza di attori statuali e non statuali dagli interessi contrastanti, quando non ostili.

Nemmeno le sue straordinarie istituzioni poterono però salvare la repubblica dalla corruzione. Machiavelli individua l’apogeo di Roma nel periodo fra la nascita della repubblica e l’epoca dei fratelli Gracchi, quando questa piccola città di contadini-soldati divenne in poche generazioni l’attore decisivo della politica mondiale del tempo.

Ogni Stato trova la sua legittimazione ultima nel saper fronteggiare le sfide che la storia gli presenta

Eppure, come una nemesi, proprio le terre e i tesori conquistati furono i semi della disintegrazione delle istituzioni repubblicane: abbagliata dal miraggio della ricchezza, la plebe abbandonò le rivendicazioni politiche a favore di quelle economiche, trasformando la competizione politica interna da “virtuosa” in letale.

Venne allora la tragedia della guerra civile, con le sue stragi e le sue terribili liste di proscrizione, che come una falce recise le vite delle migliori personalità del tempo: un’entropia politica e sociale di intensità tale da rendere necessaria una radicale svolta istituzionale con il principato, prima informale con Cesare, poi istituzionalizzato con Ottaviano ed i suoi successori.

Per questo per Machiavelli il primum della politica è l’uomo, non il Principe (ma ritorneremo sull’omonima opera in un’altra occasione). E ciò malgrado la sua antropologia negativa: l’uomo, per il segretario fiorentino, è infatti “reo”, ossia malvagio e condizionato da bisogni istintivi egoistici e brutali.

E nondimeno, come ci insegna la storia della repubblica romana, “buone leggi” possono trasformare questa primordiale energia in “virtù” politica finalizzata al dominio di sé e del mondo.

Al centro della visione di Machiavelli c’è l’uomo

Buone leggi possono emancipare l’uomo, trasformandolo da oggetto dei suoi vizi in soggetto del suo destino. Tanto basta per spazzare via l’annosa quanto infondata leggenda nera dell’immoralità del diplomatico fiorentino. È, questo, il Machiavelli “repubblicano”, quello che sentiamo a noi più affine.

L’attualità dei “Discorsi” risiede anche nel proporre un costante confronto del virtuoso modello romano con il contromodello della Firenze dell’epoca, cui si potrebbe senza sforzi di immaginazione sostituire l’Italia odierna.

Sono proprio l’insipida politica del compromesso, della “via di mezzo”, la scorciatoia di “godere el benefizio del tempo” (il tirare a campare, si direbbe oggi), le mortali “disunioni” che piagarono Firenze, così come oggi la nostra Patria, a far risaltare ancora oggi il valore esemplare della repubblica romana.

L’Italia non è fuori dalla storia

E invece la politica estera è la politica per eccellenza. È l’attività per mezzo della quale un paese e il suo popolo possono ergersi con dignità sul palcoscenico della storia.

Per Machiavelli, che ben lo aveva compreso, l’obiettivo della politica non è come per la Chiesa la salvezza dell’anima, né come per Hobbes la salvezza del corpo, ma di compiere imprese finalizzate alla grandezza, all’”avere laude”.

Per questo il diplomatico fiorentino non è, come comunemente si crede, un pensatore del potere, il cui esercizio fine a se stesso non ritiene “virtuoso”, come testimoniano i suoi giudizi durissimi sulla tirannide e sui tiranni. Piuttosto, Machiavelli è un pensatore della potenza:

“o tu ragioni d’una repubblica che voglia fare uno imperio, come Roma; o d’una che le basti mantenersi”.

Ecco, questo ci dice Machiavelli: non siamo fuori dalla storia. Può ancora esserci un’Italia che, associando tutti i suoi cittadini, li chiami di nuovo a fare qualcosa di grande insieme.

E una politica estera che sappia identificare, difendere e promuovere il nostro interesse nazionale, e restituisca l’Italia al mondo come ineludibile centro di irradiamento di diritto, cultura, spiritualità.

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