Iran e Usa, perché il confronto

L'irrigidimento degli Usa nei confronti dell'Iran ha diverse ragioni. Teheran può vantare una posizione geopolitica strategica, immense risorse energetiche e una forte coesione nazionale. Se si dotasse dell’arma nucleare diventerebbe un ostacolo insormontabile per la politica americana in Medio Oriente.

USA IRANI rapporti fra Iran e Stati Uniti fanno registrare un progressivo irrigidimento. Per Washington, Teheran è un rivale di tutto rispetto. Nella partita mediorientale, l’erede dell’antico Impero Persiano dispone di carte preziose: una posizione geopolitica strategica; immense risorse energetiche; una forte identità nazionale. Se il paese degli ayatollah si dotasse dell’arma nucleare diventerebbe un ostacolo insormontabile per la politica di Usa e Israele in Medio Oriente.

Il clima fra Stati Uniti e Iran volge al brutto. Sotto la spinta di Washington, la comunità internazionale sta rafforzando il regime di sanzioni contro Teheran. L’impressione è che gli americani si propongano di ottenere un cedimento dell’Iran. Le esternazioni del presidente Trump, secondo cui chi fa affari con Teheran non potrà farne con gli Usa, sembrano corroborare questa ipotesi.

Questo irrigidimento della Casa Bianca nei confronti del regime degli ayatollah pone numerose questioni. Non ultima quella del rischio di effetti incendiari in Medio Oriente. Uno scacchiere caratterizzato da forti tensioni nel quale si intrecciano e si scontrano gli interessi di numerosi attori. Un teatro la cui stabilità riveste importanza tanto a livello regionale quanto a livello mondiale.

E’ utile esaminare i punti salienti della questione iraniana, evidenziando le cause profonde alla base della contrapposizione fra Usa e Iran.

Negli anni ’50, gli Stati Uniti hanno costituito il Patto di Baghdad con Turchia, Iran, Iraq e Pakistan per contenere l’Unione Sovietica in Medio Oriente. Tuttavia, nel giro di pochi anni, le prime crepe nel dispositivo americano iniziarono a manifestarsi. Alla fine degli anni ’60 l’Iraq abbandonò il Patto a seguito dell’avvento al potere del partito Baath. Un decennio dopo, con la rivoluzione sciita fu il turno dell’Iran.

Iran, obiettivo strategico della politica estera americana

La stessa Cia aveva avuto un ruolo nel delegittimare lo Scià. Washington era infatti preoccupata dalle velleità di autonomia nazionale del monarca persiano. Per contrastare l’avanzata del materialismo ateo di matrice sovietica, in Persia gli Stati Uniti rafforzarono l’Islam sciita. Lo stesso fecero con quello sunnita nei paesi arabi.

La politica americana di appoggio al radicalismo religioso ebbe una conseguenza inattesa: lo sciismo iraniano si rivoltò contro gli Stati Uniti.

Washington non seppe cogliere un dato politico decisivo. La rivoluzione aveva anche una natura di movimento nazionale il cui fine era di liberare l’Iran dall’influenza americana.

È la stessa dinamica che si è avuta con l’Islam radicale in Afghanistan, i cui primi germogli furono sostenuti dagli Stati Uniti in chiave antisovietica.

Da quasi 30 anni ormai la politica estera americana ha l’Iran fra i suoi obiettivi strategici. In questa cornice, il crollo dell’Urss alla fine degli anni ’80 ha contribuito a definire le nuove priorità strategiche americane:

  1. puntellare la propria egemonia in vista di un riequilibrio dei rapporti di forza internazionali. A favore della Cina e, in misura minore, della Russia, percepite come minaccia strategica al primato americano;
  2. assicurarsi il controllo del Medio Oriente, principale serbatoio mondiale di idrocarburi. A tale fine, ristabilire la propria influenza (= dominio) su Iran e Iraq: campione del nazionalismo persiano il primo e di quello arabo il secondo.

Esteso quasi 1,65 milioni di km2 – vale a dire circa sei volte l’Iraq – l’Iran occupa il centro della scacchiera di competenza del comando Usa Centcom. I suoi 81,6 milioni di abitanti, in ampia misura giovani, ne fanno un attore capace di mobilitare poderose forze militari. Nel contempo, la sua forza demografica ne fa anche un potenziale, lucroso mercato.

Iran

L’Iran occupa una posizione strategica al centro dello scacchiere mediorientale.

Un Iran nucleare sarebbe un paese santuarizzato

L’Iran è fra i principali attori mondiali del settore dell’energia. È il quarto paese al mondo per riserve di petrolio (9,1% del totale) dopo Venezuela, Arabia Saudita e Canada e prima dell’Iraq. Dopo la Russia, è il secondo paese al mondo per riserve di gas naturale (15,8% del totale).

La posizione internazionale di Teheran riveste anche un rilievo strategico per il trasporto dell’energia. Se l’Iran finisse nuovamente sotto influenza Usa, esso potrebbe offrire alle compagnie americane la soluzione più economica per trasportare il petrolio del Caspio. Ciò spiega perché gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna) avversano ogni incarnazione politica del nazionalismo persiano: come ieri sotto Mossadeq oggi sotto gli ayatollah.

La maggior parte delle riserve iraniane è concentrata nei giacimenti offshore al largo della provincia del Khuzestan. Un’area vicina all’Iraq e all’Arabia Saudita e dunque esposta alla proiezione di potenza Usa.

L’Iran è sotto lo sguardo degli Stati Uniti anche per la potenziale minaccia che costituisce per Israele. Il crollo l’Iraq baathista e il ridimensionamento della Siria fanno dell’Iran il paese leader su sensibili questioni nazionali: quella palestinese e quella degli sciiti libanesi.

Teheran è inoltre un punto di riferimento per gli affari islamici. L’Iran sostiene, anche sul piano militare, lo Hezbollah libanese e i movimenti radicali islamici palestinesi come Hamas.

Un Iran dotato di armi nucleari sarebbe un Iran santuarizzato. Contro di esso ogni minaccia di azione militare convenzionale sarebbe del tutto inefficace.

Dal punto di vista degli Stati Uniti e di Israele, se il regime degli ayatollah ottenesse questa semi-invulnerabilità potrebbe sentirsi incoraggiato a rafforzare il suo sostegno ai movimenti radicali islamici.

Soprattutto, se l’Iran si dotasse dello strumento nucleare, si rischierebbe un riarmo generalizzato e la proliferazione di armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Per non parlare del rischio che ordigni atomici finiscano in possesso di movimenti islamici radicali non statuali.

Quest’ultimo scenario sarebbe un colpo letale per la dottrina strategica di Israele, che si fonda sul monopolio delle armi nucleari in Medio Oriente.

La spada di Damocle di un nuovo olocausto – questa volta atomico – avrebbe inoltre gravi effetti dissuasivi sull’Aliyah, l’immigrazione verso Israele. Una diminuzione dell’immigrazione si riverbererebbe sul pessimo differenziale demografico fra Israele e mondo arabo.

Per queste due ragioni strategiche, Israele ha un interesse diretto a impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Questo è il motivo per cui, tanto negli Usa quanto in Europa, la lobby ebraica dipinge l’Iran come un nuovo Terzo Reich.

Un Iran nucleare rafforzerebbe il riequilibrio multipolare del sistema internazionale

Un Iran nucleare accelererebbe il riequilibrio multipolare del sistema internazionale. Un sistema nel quale Russia, Cina, India e lo stesso Iran rappresenterebbero quattro diversi poli di civiltà e strategici fortemente santuarizzati.

Un mondo nel quale Iran, Arabia Saudita e Russia, forti delle loro risorse energetiche e dei loro fondi sovrani, aumenterebbero la loro influenza in Europa a svantaggio degli Stati Uniti.

L’Iran non nasconde le sue ambizioni di leadership regionale, come dimostra il recente accordo per lo status del Mar Caspio siglato con Russia, Kazakhstan, Azerbaigian e Turkmenistan.

L’intesa da un lato pone termine al vuoto giuridico seguito al collasso dell’Unione Sovietica. Dall’altro, apre la strada a nuovi progetti energetici e a nuove pipelines (le riserve dell’area ammontano ad almeno 50 miliardi di barili di greggio e 300 mila miliardi di m3 di gas) e nel campo della pesca (il Caspio è la zona d’origine del caviale Beluga).

Nel 2008, l’Iran ha istituito la International Oil Bourse (Iob) di Kish. Si tratta della prima Borsa Valori del mondo che permette la compravendita di petrolio in valute diverse dal dollaro Usa.

Nel 2016, la Russia ha fatto un passo analogo alla Borsa Valori Spimex di San Pietroburgo. Nel 2018 è stata imitata dalla Cina, primo importatore mondiale di greggio. Il Venezuela ha allo studio passi analoghi.

Sono, queste, iniziative che potrebbero creare le premesse per la fine del petroldollaro, base del primato mondiale del dollaro Usa. Dalla fine della sua convertibilità in oro nel 1971, il valore del dollaro si è fondato proprio sull’essere l’unica valuta per gli scambi mondiali di energia. O meglio: la domanda di dollari – e quindi il loro valore sui mercati valutari – è stata alimentata proprio dall’essere l’unica valuta ammessa per la compravendita di idrocarburi.

Qualora il dollaro Usa cessasse di essere la valuta internazionale di riferimento, l’economia degli Stati Uniti entrerebbe in crisi. Ogni diminuzione dell’impiego della valuta americana da parte del resto del mondo costituisce una corrispondente riduzione del finanziamento del disavanzo di bilancio statunitense.

I fondi sovrani e il rafforzamento delle valute emergenti (euro, rublo, yuan, yen, ecc.) nel mercato degli idrocarburi costituiscono una grave minaccia per il primato della finanza anglosassone, che ha regnato nel XX secolo ed ha avuto un ruolo non di secondo piano nelle due Guerre Mondiali.

Un Iran indipendente, insieme al ritorno della Russia al centro dei giochi internazionali, permetterebbe alle assetate Cina e India di non dipendere dalla benevolenza degli Stati Uniti per le forniture di energia. Si consideri che Washington oggi controlla la maggior parte dei giacimenti di idrocarburi del Medio Oriente (circa il 50% delle riserve mondiali). Un Iran nucleare indebolirebbe il progetto americano di mantenere l’egemonia mondiale.

Il regime di Teheran è rimasto solido

Oggi l’Iran subisce un accerchiamento strategico da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati e satelliti: Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan, Afghanistan, unitamente ad una forte presenza aeronavale nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano. Teheran è inoltre sotto pressione da parte dell’Occidente (Usa, Gb, Francia e Germania). A Washington, la lobby ebraica reclama una guerra contro l’Iran, così come l’aveva chiesta contro l’Iraq.

Nondimeno gli ambienti militari Usa, giocoforza pragmatici, sono consapevoli che un conflitto militare sarebbe una partita difficile. L’Iran non è l’Iraq. Né sotto il profilo militare. Né sotto quello demografico. Né sotto quello geografico, con i suoi altopiani e le sue catene montuose. Una campagna di bombardamenti aerei non sarebbe risolutiva. Un conflitto terrestre assumerebbe con ogni probabilità la natura di una guerra di attrito e – su un piano più ampio – rischierebbe di incendiare l’intero Medio Oriente.

Al potere ormai da quasi 30 anni, il regime degli ayatollah è particolarmente solido per tre ragioni.

  1. Il nazionalismo persiano, più dello sciismo, è il vero fattore di coesione e mobilitazione del popolo iraniano.
  2. I regimi autoritari hanno tradizionalmente una struttura piramidale. Il sistema politico di Teheran è invece più complesso ed elastico e prevede diversi contropoteri. Ad esempio, il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, è la seconda carica del paese dopo la Guida Suprema, il Grande ayatollah Ali Khamenei. Di conseguenza, la decapitazione del regime non implica un automatico collasso della struttura di potere degli ayatollah.
  3. La cultura sciita del martirio santifica tutte le figure ed i poteri esposti a terribili eventi o prove. Ciò contribuisce a spiegare perché il fiorente quadro di crescita economica e liberalizzazione dei costumi non impedì la delegittimazione dello Scià agli occhi del popolo iraniano. Di converso, la guerra Iran-Iraq, che fra il 1980 e il 1988 fece in Iran fra mezzo milione e un milione di morti e cancellò dalle carte geografiche intere città, come Abadan e Khorramshahr, contribuì a santificare la figura di Khomeini e quelle dei caduti e a cementare il regime degli ayatollah.

L’Iran, gli Usa e l’Europa: una triangolazione difficile

La politica americana in Medio Oriente ha sempre avuto un profilo ambiguo. Dopo gli attentati di New York dell’11 settembre è paradossalmente diventata più decifrabile. Con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, così come con l’irrigidimento nei confronti dell’Iran, ha obbedito ad imperativi che non discendono solo dalla morale, come ad esempio la tutela dei diritti umani. Questa politica è stata dettata anche dall’esigenza di assicurarsi il controllo del Medio Oriente e delle sue risorse energetiche. O, quanto meno evitare l’ascesa di potenze regionali e precluderne l’accesso ad attori esterni.

Una politica che sinora, lungi dall’aver eliminato il terrorismo islamico, lo ha con ogni probabilità alimentato, come insegnano i ripetuti attentati in Medio Oriente, in Europa e la tragedia della Siria. Tuttavia, è giusto osservare che in questa partita Washington ha a lungo giocato con il fuoco, sostenendo l’Islam radicale. Sia in funzione anti-sovietica, sia per spezzare i regimi nazionalismi laici della regione, che ostacolavano le ambizioni egemoniche americane, così come la politica israeliana.

Di conseguenza, la politica Usa in Medio Oriente e con l’Iran ha natura strutturale. Essa non appare, ad un esame approfondito, legata soltanto alla contingenza post 11 settembre. È dunque difficile prevedere radicali cambi di direzione.

Questo porta a riflettere sull’interesse dell’Europa e dell’Italia, che è di avere un Medio Oriente stabile. Gli Stati Uniti sono e resteranno un alleato strategico. Ma gli interessi americani in Medio Oriente sono divergenti da quelli europei, come insegna, ad esempio, il caos generato in Siria da Washington e dai suoi alleati. Tenuto conto che il Medio Oriente è vicino all’Europa e non agli Stati Uniti, sarebbe utile che nelle capitali europee e a Bruxelles si cominci a riflettere su questi dati e si traggano le dovute conclusioni.

 

Questo articolo è pubblicato anche su ItaliaNotizie24.it