Putin Presidente fino al 2024 è un dato positivo, ma ora a Washington non si alleino falchi e globalisti

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Putin Presidente fino al 2024 è un dato positivo, ma ora a Washington non devono allearsi falchi e globalisti.

Il Capo di Stato uscente Vladimir Putin ha trionfato alle elezioni presidenziali conquistando circa il 77% dei voti popolari. Alle precedenti consultazioni del 2012, aveva vinto con il 63,6% dei suffragi.

Colpisce lo scarso spazio dato alla notizia dai media, quasi fossero indispettiti dalla circostanza che Putin continui ad avere il consenso dell’ampia maggioranza del popolo russo. In compenso tanti gridano ai brogli, citando però casi così marginali da far pensare che il loro reale obiettivo sia di mettere in discussione la legittimità del voto. Al riguardo, si potrebbe osservare che chi si è dato una legge sul voto all’estero come quella italiana, madre di tutti i brogli, non ha titolo per dare lezioni di procedura elettorale. Molti hanno anche lamentato che l’affluenza non ha raggiunto il 70%. Ma se in Russia ha votato il 67,6% dell’elettorato, negli Usa nel 2012 le elezioni che videro trionfare Barack Obama ebbero una partecipazione del 54,9%.

Putin, 65 anni, era il grande favorito di queste consultazioni. Si accinge ora ad iniziare il suo quarto mandato presidenziale, che durerà sei anni. Nel marzo 2024 avrà 71 anni.

Putin ha trionfato, ma lo aspettano grandi sfide

Durante la campagna elettorale, egli ha indicato come priorità la lotta alla povertà. In caso di rielezione, aveva ribadito la volontà di rilanciare la crescita economica con massicci investimenti in tecnologia. Il vero tallone d’Achille della Russia resta l’eccessiva dipendenza della sua economia dalle esportazioni di gas e petrolio. Se gli investimenti ridurranno questa vulnerabilità, Putin avrà centrato un risultato strategico.

In politica estera, la sfida principale che Putin dovrà affrontare è quella del deterioramento dei rapporti con Stati Uniti e Unione Europea. Gli episodi principali di questo raffreddamento sono tre. Il primo è la crisi in Ucraina, il cui avvicinamento all’Occidente costituisce una vera e propria minaccia alla sicurezza della Russia. Il secondo è la crisi in Siria, dove l’intervento militare di Mosca ha cambiato le sorti della guerra, ma ha anche contribuito ad innalzare la tensione fra Russia e Usa, che in quel conflitto hanno obiettivi diversi e sono radicalmente divisi dalla questione della permanenza al potere di Assad. Il terzo sono le accuse di ingerenza nelle elezioni americane del 2016. A queste hanno fatto da contraltare le accuse di Mosca a Washington – meno evidenziate dai media internazionali – di aver tentato di interferire nelle elezioni russe dal 1996 a oggi, sostenendo sistematicamente le opposizioni e impiegando Ong, grande stampa e social media per influenzare l’orientamento politico della popolazione.

In sella fino al 2024, Putin è oggi il dominus della politica internazionale

Per ora, Putin ha conseguito i suoi obiettivi strategici:

  • il contenimento dell’influenza occidentale in Ucraina e il controllo dei porti della Crimea sul Mar Nero;
  • la vittoria militare dell’alleato Assad in Siria.

Mosca può quindi dirsi soddisfatta. Di conseguenza è ragionevole attendersi che nei prossimi tempi rilanci una politica di distensione, rafforzando una diplomazia a 360 gradi e moltiplicando le occasioni di dialogo a livello bilaterale e multilaterale. Punto fermo, in questa cornice, sarà la posizione salda della Russia al centro della scena internazionale: un successo diplomatico cui Mosca non vorrà rinunciare, come chiarito nel discorso del Presidente Putin dello scorso 1° marzo all’Assemblea Federale, che è nel contempo un monito a non stuzzicare l’orso russo, dotatosi oggi di nuove zanne e nuovi artigli, e una mano tesa agli altri paesi per collaborare in vista della costruzione di un nuovo sistema di sicurezza internazionale.

Di converso, proprio i successi di Mosca lasciano ipotizzare che gli Stati Uniti continueranno a perseguire quello che è il loro obiettivo strategico sin dalla fine dell’Unione Sovietica: impedire con ogni mezzo la costituzione di una sola Europa che vada dall’Atlantico agli Urali, vale a dire un’alleanza strategica fra Europa e Russia in grado di controbilanciare la superpotenza Usa. Una sorta di prosecuzione della tradizionale strategia della Gran Bretagna volta a prevenire la nascita sul continente di un forte soggetto politico in grado di controllare lo Heartland.

In questa prospettiva, agli Stati Uniti la demonizzazione della Russia serve più oggi che ai tempi dell’Urss, perché crea un ostacolo psicologico a tale alleanza. Inoltre, dipingere Mosca come una minaccia permanente, uno “stato canaglia”, serve anche a delegittimare gli europei che sognano una Grande Europa euro-russa, additandoli come “agenti del dittatore del Cremlino.”

Sul piano operativo Washington potrebbe agire su tre diversi fronti per mettere Mosca sotto pressione.

  • Uno, continuare l’accerchiamento della Russia, smantellando progressivamente la sua sfera di Paesi-cuscinetto, come in Ucraina.
  • Secondo, rafforzare la collaborazione militare con i Paesi europei più antirussi.
  • Terzo, destabilizzare gli alleati lontani della Russia, come la Siria, per costringere Mosca a disperdere le sue forze.

Il confronto Usa-Russia è anche una contrapposizione di valori

La questione russa ha oggi anche un altro profilo. Recuperata la propria anima con la fine del comunismo, la Russia si è fatta alfiere di un sistema di valori tradizionali, alternativi all’ideologia globalista somministrata oggi in dosi da cavallo ai popoli d’Europa: patriottismo, difesa dell’identità, delle radici cristiane, della famiglia e della morale tradizionale, ostilità all’immigrazione e all’islamizzazione. In questo senso, a poco più di una generazione dalla fine della Guerra Fredda, Mosca si rivela per le élites mondialiste americane ed europee non solo un avversario strategico, ma anche un nemico ideologico e un ostacolo al disegno globalista di governo mondiale.

Oggi le forze globaliste portano avanti il loro progetto con sempre più urgenza e aggressività: russofobia isterica, destabilizzazione di intere regioni e contestuale imposizione di agende politically correct in simultanea, su scala planetaria. Hanno fretta perché il mondo sta sfuggendo loro di mano. Perché sanno che la loro finestra temporale si sta chiudendo. Perché ormai lo scenario internazionale è sempre più multipolare: in tutti i continenti, anche in Eurasia, grandi civiltà stanno reinventandosi e tornano a difendere i propri interessi e i propri valori. E a differenza degli anni ‘90 del XX secolo, oggi sono in grado di darsi gli strumenti per farlo.

In questo quadro, il deterioramento dei rapporti fra Russia e Stati Uniti deve preoccupare. Non è possibile nemmeno escludere un conflitto qualora a Washington si coalizzassero i falchi dell’amministrazione e le élites globaliste più radicali, che potrebbero essere tentate di ricorrere alle armi per debellare le potenze ostili al disegno di governo mondiale.

In questa chiave, se da una parte resta arduo capire quale direzione prenderà Donald Trump, è anche vero che la sconfitta elettorale di Hillary Clinton nel 2016 potrebbe essere stata una fortuna per l’intera umanità.

I rapporti con la Russia vanno rilanciati e l’Italia ha interesse ad essere della partita

Per l’Italia, che deve oggi reinventarsi come nazione sovrana mantenendo la propria vocazione europea, la conferma al potere di Vladimir Putin è un dato politico positivo. Il Presidente russo si è sempre dimostrato un eccellente interlocutore politico: attento all’interesse nazionale russo, certo, ma anche un partner pragmatico, leale ed affidabile. Con la sua rielezione, la Russia si ripropone sulla scena internazionale come un attore primario per molti anni a venire.

Di conseguenza, per Diplomaziaitaliana l’Italia deve darsi due obiettivi, fra loro complementari. Primo, rilanciare i rapporti con la Russia che è nostro partner naturale, sia sotto il profilo politico che economico: si tratta di un interesse strategico irrinunciabile per l’Italia e per l’Europa. Secondo, insieme ai partner europei, incoraggiare l’alleato statunitense a ricostruire il rapporto con Mosca, rappresentandogli con franchezza che la divaricazione fra interessi americani e europei non è più sostenibile: e così scongiurare la saldatura fra falchi dell’amministrazione di Washington e globalisti più radicali, i cui disegni non sono più compatibili con il quadro internazionale multipolare che si sta ormai sempre più chiaramente modellando.

 

Questo articolo è pubblicato anche su ItaliaNotizie24.it

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