La Siria dopo Douma: quante altre “primavere”?

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Armi chimiche Douma SiriaNei giorni scorsi si sono rincorse notizie di un nuovo attacco chimico avvenuto a Douma, in Siria, ad est di Damasco. Anche questa volta, l’attacco è stato attribuito alle forze del Presidente Assad, pur in assenza di prove. 

Come rileva Sebastiano Caputo nel suo articolo “Armi chimiche ad orologeria” sul blog Engagez vous del Giornale.it, non è la prima volta, che con una precisa tempistica, le forze di Assad vengono additate quali responsabili di attacchi chimici di una particolare brutalità ai danni di civili inermi. Ma non sarebbe nemmeno la prima volta che tali accuse si rivelassero poi infondate, o comunque difficili da dimostrare.

Siria: attacco chimico a Douma, cui prodest?

La notizia, cionondimeno, ha condotto ad alzare ulteriormente i toni dello scontro, coinvolgendo nuovamente gli Stati Uniti d’America di Donald Trump, che, come già Barak Obama prima di lui, minaccia azioni militari ritorsive contro il governo di Damasco.

In un contesto caratterizzato da innumerevoli attori non sempre istituzionali, in cui appare assai arduo, se non impossibile, ricostruire precise responsabilità e imputazioni, può sembrare senza dubbio più facile tracciare improbabili linee di demarcazione tra buoni e cattivi che non sempre, alla prova dei fatti, corrispondono all’interesse nazionale.

L’episodio di Douma, infatti, non può non farci ripensare alla destabilizzazione di molti Paesi arabi successivamente agli episodi delle cosiddette “Primavere Arabe”, che anche l’Italia, al seguito di un Occidente – illuso nella migliore delle ipotesi, perfettamente consapevole nella peggiore – aveva salutato come l’inizio di un periodo di libertà e democrazia.

Come alcuni esperti avevano previsto, voci trattate alla stregua di Cassandre di fronte alla rovina, il tutto non si sarebbe risolto nell’affermazione delle “magnifiche sorti e progressive” che, per una sorta di provvidenza laica, avrebbero sostituito i regimi autoritari in essere con liberi governi democratici. Al contrario, paesi etnicamente compositi, caratterizzati da situazioni religiose complesse e da equilibri precari, un tempo retti da governi laici in grado, nel bene o nel male, di contenere i conflitti, sono stati scossi da forze spesso affini all’estremismo religioso islamico, che, una volta abbattuti gli argini che le contenevano, sono state in grado di propagarsi nella regione, con il rafforzamento di innumerevoli focolai jihadisti.

Il caso della Siria è appunto il più drammatico, con una guerra civile che da anni continua a devastare un paese in un cui un tempo convivevano pacificamente varie minoranze religiose, in cui i cristiani avevano un ruolo di rilievo, e in cui alle donne erano riservate libertà costituzionali considerate all’avanguardia.

Un paese dove le forze ribelli di Jabbat al-Nusra, costola siriana di al-Qaeda, sono state paradossalmente elevate a baluardo di libertà e di democrazia, e attivamente sostenute nella loro lotta al regime di Damasco, già garante dei precari equilibri del Paese.

Analogamente ci riporta a pensare alla Libia, alla “primavera” che, destabilizzando e rovesciando il regime di Muhammar Gheddafi con un intervento armato dell’Occidente, ha trasformato un paese geopoliticamente fondamentale per l’Italia in una landa di nessuno, con governi scarsamente rappresentativi e che, alla prova dei fatti, faticano a controllare il loro territorio.

Non è possibile non chiedersi, di fronte a questo ennesimo e non chiaro episodio dell’infinita guerra siriana, e al di là di semplificazioni ideologiche ben lontane da una rigorosa analisi politica, sociale e culturale della situazione, a chi giovi la sistematica destabilizzazione delle aree mediorientali e nordafricane, e chi possa trarre beneficio dall’abbattimento dei governi laici mediante il sostegno, più o meno velato, alle forze dell’islamismo radicale, spesso battenti le rassicuranti insegne della democrazia.

Anche tra gli osservatori stranieri, non mancano coloro che si chiedono perché la politica estera italiana, che dovrebbe considerare tali aree come zone vitali di interesse strategico, anche per la questione migratoria, continui ad accodarsi a una crociata che sistematicamente, da una prospettiva di realismo politico, danneggia i propri interessi nazionali, come insegna chiaramente il caso libico.

Quante altre “primavere” sarà necessario affrontare, con le loro stragi e i loro morti, prima di individuare in maniera chiara e concreta gli interessi nazionali che intendiamo difendere, al di là di facili strumentalizzazioni? Se non è intuitivo rispondere alla domanda del cui prodest, in questo caso, possiamo senza dubbio affermare che non siamo noi.

Questo articolo è pubblicato anche su ItaliaNotizie24.it

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