Yemen, il silenzio dei colpevoli e il massacro degli innocenti 

Yemen

Dallo Yemen arrivano solo pessime notizie. Dal 2015 il paese è vittima di un conflitto interno che vede coinvolti una serie di attori internazionali, regionali e interni. Il vuoto di informazione da parte dei grandi network globali non è forse il “silenzio dei colpevoli”?

Lo Yemen, Paese tra i più poveri ed arretrati del Medio Oriente, dal 2015 è vittima un conflitto interno per il potere che vede coinvolti una serie di attori. Internazionali: Stati Uniti e Gran Bretagna. Regionali: Iran, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. InterniDa un lato, il governo “legittimo” del Presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale ma di fatto eterodiretto da Arabia Saudita ed Emirati. Dall’altro, la formazione militare degli Houthiafferente alla minoranza sciita, oppressa per decenni, che ora ha deciso di rivendicare i propri diritti acquisendo il controllo di una significativa parte del Paese.

Benché sciiti, gli Houthi hanno un’affiliazione teologica (zaydita) differente da quella duodecimana dell’Iran e assai più vicina all’Islam sunnita. 

Ciò nonostante, Teheran offre agli Houthi un discreto sostegno per pungolare il nemico saudita. A sua volta Riad sostiene da anni gruppi insurrezionali e separatisti in Iran, nelle regioni del Khuzestan e del BalucistanTuttavia, l’entità del sostegno iraniano agli Houthi – come pure la capacità di influire sulle scelte della loro leadership – è ben lontana da quella ufficialmente attribuitagli.

In Yemen è oggi in corso la più grave catastrofe umanitaria del pianeta

Oltre al numero elevatissimo di vittime, feriti e sfollati, le competenti agenzie Onu segnalano dati agghiaccianti. Quella in Yemen è la più grave catastrofe umanitaria del pianeta:

  • tre quarti della popolazione – 22 milioni di persone – necessitano di aiuti urgenti;
  • 8 milioni rischiano la vita per malnutrizione;
  • 1 milione di casi di colera;
  • ogni 10 minuti muore un bambino di meno di cinque anni per cause che potrebbero essere evitate.

Il principale porto del Paese, Hodeidah, controllato dagli Houthi, dove transitano il 70 per cento degli aiuti umanitari, è da tempo soggetto ad un blocco saudita-emiratino. Dallo scorso giugno, inoltre, subisce un’offensiva militare finora rivelatasi senza esito.

Infine, lo Yemen ospita uno dei più agguerriti franchising di Al QaedaAl Qaeda in the Arabian Peninsula (Aqap). Un’organizzazione che, secondo le circostanze, la coalizione arabo-occidentale considera unentità terroristica da sradicare oppure un alleato tattico da utilizzare contro gli Houthi.

Dinanzi a questi dati, la gigantesca cortina di omertà sul disastro yemenita stesa negli ultimi tre anni dai media occidentali inizia a mostrare delle crepe. In particolare dopo il raid dell’aviazione saudita che il 9 agosto ha colpito uno scuolabus uccidendo 51 persone di cui 40 bambini tra i 6 ed i 16 anni.

I media cominciano a manifestare riserve sul sostegno Usa alla coalizione saudita-emiratina

Corazzate del giornalismo globale come il Washington Post e l’Associated Press hanno iniziato ad interrogarsi sull’opportunità che gli Usa continuino ad assistere la coalizione saudita-emiratina.

L’impegno di Washington è significativo: armi, rifornimento in volo degli aerei sauditi e dati di intelligence sugli obiettivi da colpire. L’amministrazione Obama aveva adottato un bando alla vendita di alcuni tipi di bombe ad alta precisione all’Arabia saudita. Bando poi cancellato dall’amministrazione Trump.

I media hanno iniziato ad evidenziare come spesso la lotta contro al Qaeda in Yemen si sia rivelata una farsa e che sono stati siglati diversi accordi con quest’ultima in chiave anti-Houthi

Fino a qualche settimana fa, in Occidente (e, quindi, per analogia, nella cosiddetta comunità internazionale) lo Yemen tendeva a fare notizia essenzialmente in tre circostanze.

  • Quando il numero delle vittime causate da un raid aereo saudita e la loro età superano una certa soglia di sopportabilità. Oltre i 100 morti nel primo, oppure se si tratta di bambini, come accaduto il 9 agosto.

Naturalmente, di solito i media occidentali partono dal presupposto che i raid siano frutto di un errore. Essendo Riad un alleato dell’Occidente e tenuto conto che lacquisizione dei bersagli si avvale dell’intelligence militare Usa, viene ritenuto inconcepibile che tali stragi possano essere state intenzionali.

Le inchieste condotte dai militari occidentali di solito richiedono molto tempo. Tralasciamo la valenza di quelli sauditi, ammesso che vengano disposti. Di conseguenza, le conclusioni, se e quando emergono, sono unilaterali, non aperte al contraddittorio. E di rado determinano provvedimenti o ravvedimenti.

Solo ora l’Arabia Saudita sta molto timidamente iniziando ad ammettere una sua responsabilità nella strage del 9 agosto. Inizialmente, aveva qualificato lo scuolabus come “obbiettivo militare legittimo”.

Quando i guerriglieri Houthi lanciano qualche missile di vecchia concezione contro l’Arabia Saudita o contro navi nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso. Di solito l’entità dei danni è minima rispetto a quelli causati dall’aviazione saudita.

In entrambi i casi le azioni degli Houthi sono correttamente qualificate come terroristiche e come una violazione del diritto internazionale: nella fattispecie un attentato al diritto alla navigazione.

Che queste due categorie concettuali possano invece trovare applicazione anche per le azioni della coalizione a guida saudita è tuttavia difficilmente contemplabile.

Il sistema internazionale si è evoluto ancora troppo poco dall’assetto di Westfalia del 1648 per imputare anche agli Stati le stesse responsabilità che vengono attribuite a gruppi di individui. Interessi politici e la ragion di Stato, per l’appunto, prevalgono quasi sempre.

In altri termini, il dubbio che per quanto concerne le azioni della coalizione a guida saudita led from behind da Usa e Gran Bretagna si possa esser dinanzi a crimini di guerra o contro l’umanità finora non ha sfiorato nemmeno lontanamente le redazioni estere dei grandi network televisivi e dei principali quotidiani né, tantomeno, le reazioni della cosiddetta comunità internazionale.

Parafrasando un’eccellente produzione hollywoodiana di qualche anno fa, potremmo definire tale atteggiamento come il Silenzio dei Colpevoli.

Quando i droni statunitensi eliminano elementi di spicco o una cellula di Al Qaeda. Naturalmente in quei giorni di grazia in cui l’organizzazione viene considerata un nemico e non un alleato tattico.

L’asprezza e i rischi rappresentati dal territorio yemenita hanno contribuito negli ultimi anni ad intensificare l’utilizzo dei droni da parte degli Stati Uniti. L’amministrazione Obama è quella che ha fatto il maggior ricorso a questo strumento nell’ambito della GWOT (Global War on Terrorism). In uno di questi raid, il 20 aprile scorso, è stato ucciso il leader moderato degli Houthi, Saleh Al Sammed, spianando la strada ad uno più estremista e filo-iraniano, Mahdi Al Mashat.

Anche in questi casi errori non sono mancati sia nello Yemen che in altri teatri come Afghanistan e Iraq ma su di essi è stata posta un’opportuna sordina: sia per le ragioni sopra esposte, sia perché Barack Hussein Obama non è stato soltanto il primo presidente di colore della storia americana, ma è stato (ed è tuttora) anche un’icona pop globale. Quindi una critica nei suoi confronti (quando si ha disposizione un obbiettivo ghiotto come Donald Trumpraramente trova spazio nei mainstream media occidentali.

Quanto alla rilevanza del conflitto yemenita, per lo più essa non è affatto determinata dal catastrofico disastro umanitarioma da tre aspetti specifici.

Primo, la tutela del diritto di navigazione nell’Oceano Indiano occidentale e nel Mar Rosso, snodi cruciali del traffico marittimo globale. Ebbene, la minaccia dei missili Houthi nei confronti di quest’ultimo, appare marginalese non addirittura ridicola. I malmessi pirati somali rappresentano un pericolo ben superiore. Naturalmente, viene posta enfasi sugli Houthi in quanto sostenuti dall’Iran e quindi il tutto si iscrive bene nella narrativa sulla minaccia iraniana nella regione.

Secondo, il timore che l’incerta e forse mal congegnata avventura militare yemenita nella quale il mercuriale Principe della Corona saudita, Mohamed bin Salman ha deciso di lanciare il suo Paese possa innescare un meccanismo perverso che finisca con il travolgere il potere degli Al Saud. Da un lato, infatti, la guerra ha avuto risultati finora inconcludenti. Dall’altro, essa si è tramutata in un disastro umanitario per il popolo yemenita e ha comportato un serio depauperamento delle corpose casse reali saudite.

Gli investitori e i mercati sono nervosi rispetto all’Arabia Saudita, che tra il 2016 ed il 2017 ha visto una riduzione dell’80% degli investimenti esteri.

Alcuni paventano che lo Yemen potrebbe rappresentare per l’Arabia Saudita quello che l’Afghanistan è stato per l’Unione Sovietica. L’inizio della fine, attraverso un lento processo di erosione e delegittimazione per una dinastia che, peraltro, non ha mai saputo suscitare simpatia ed apprezzamento a livello globale e regionale. Peraltro ostentando, specie negli ultimi tempi, spiccata protervia e insensibilità nonostante i maldestri tentativi di riforma portati avanti dal giovane Principe.

La recente crisi apertasi con il Canada ne offre un esempio lampante.

Il crollo degli Al Saud è uno scenario che l’Occidente e i satelliti arabi del Regno non possono assolutamente permettersi. Riad è uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Ed è quello che vanta la più ampia e rapida capacità di riserva. In altri termini, l’Arabia Saudita è un attore capace di colmare in tempi rapidissimi eventuali carenze nell’offerta globale di greggio dovuta a catastrofi naturali o a crisi politiche che dovessero temporaneamente neutralizzare altri produttori importanti.

Inoltre, l’Arabia Saudita resta un grande acquirente di materiali militari occidentali, il committente di mega progetti di sviluppo infrastrutturale altrettanto lucrosi, nonché un grande investitore nelle economie statunitensi ed europee.

In sintesi, per il Regno degli Al Saud vale la cosiddetta regola Goldman Sachs: too big to fail.

Terzo, La possibilità che l’esito del conflitto yemenita possa segnare uno smacco ai danni dell’Iran da quando, in modo alquanto opinabile, qualcuno – tra Washington, Londra e Riad – ha stabilito che Teheran è impegnata attivamente nel sostenere la rivolta degli Houthi. Una circostanza che farebbe tirare un sospiro di sollievo in alcune capitali occidentale ed arabe, nonché a Israele, dopo la sequenza di successi recentemente inanellata dall’Iran in Iraq, Siria e Libano.

È certamente una possibilità, ma, per quanto è stato dato di vedere fino ad ora, appare alquanto improbabile, almeno a breve termine.

Nello Yemen si continuerà a soffrire e a morire. I tentativi di soluzione politica difficilmente troveranno migliore fortuna di quanta ne abbiano incontrata finora. Il Paese appare destinato a restare un terreno di scontro nella partita a scacchi regionale che ormai da anni vede contrapposti Iran e Arabia Saudita.

L’auspicio è che almeno i grandi network televisivi e della carta stampata possano ricordarsi più frequentemente della loro “deontologia professionale” offrendo maggior copertura quanto avviene in quel martoriato lembo della penisola arabica, accrescendo le pressioni per porre fine al conflitto.

E infrangendo l’assordante Silenzio dei Colpevoli.

Questo articolo è pubblicato anche su ItaliaNotizie24.it