Il governo dei peggiori? Ci siamo dentro

Tra le minacce che si paventano nella nostra realtà contemporanea ne esiste una di cui si ha ancora una scarsa consapevolezza. Una minaccia che rischia tuttavia di accentuare ulteriormente tutte le altre sfide. Si chiama kakistocrazia, il governo dei peggiori.

La realtà contemporanea è caratterizzata da molteplici minacce: rigurgiti di Guerra fredda che coinvolgono Usa, Russia e Cina; conflitti etnico-religiosi; guerre commerciali; crisi finanziarie; cambiamenti climatici; pandemie; migrazioni; terrorismo; crimine organizzato, incluse le varianti cibernetiche. A queste se ne aggiunge una di cui si ha scarsa consapevolezza, ma che rischia tuttavia di accentuare ulteriormente tutte le altre. Si chiama kakistocrazia.

Siamo sotto il governo dei peggiori

Deriva dal greco κακιστος, peggiore, e da crazia, governo, in sintesi: il governo dei peggiori.

A scanso di equivoci, si tratta di un minaccia che accompagna l’umanità sin dagli albori, in quanto connessa all’imperfezione umana. Tuttavia nel XXI secolo invece di regredire sembra aumentare.

Guardando al livello delle classi politiche che governano il pianeta ed alle decisioni che hanno preso o omesso, il timore sembrerebbe fondato. Purtroppo, il fenomeno riguarda anche quelle che si ergono a faro dell’umanità: le classi politiche occidentali, sulle quali intendiamo soffermarci, dal momento che rivendicano ostentatamente una superiorità politico-morale.

Naturalmente viene subito in mente Donald Trump. Soprattutto se paragonato a Truman, Reagan e George Bush padre. In Europa, la Gran Bretagna, un tempo esprimeva grandi leadership come Churchill e la Thatcher. Oggi, invece, conosce una parabola discendente che dal già pessimo Blair è approdata a Theresa May e Boris Johnson, passando per David Cameron.

La Francia di De Gaulle e Mitterrand ci ha depresso con Sarkozy ed Hollande (giudizio ancora sospeso su Macron). In Germania il compito per i contemporanei è stato parimenti difficile. Tuttavia rispetto a giganti come Adenauer, Schmidt e Kohl, forse Schroeder e la Merkel, tutto sommato, se la sono cavata meglio. La Cancelleria ha dimostrato coraggio e leadership (ed ha pagato) sulla questione dei migranti siriani. Certo, non ha esitato a devastare un paese partner come la Grecia per placare la pancia del suo elettorato.

Da questa minaccia non sono immuni nemmeno le grandi organizzazioni internazionali. Si guardi alla performance assai deludente di Kofi Annan e Ban ki Moon all’Onu. O il baratro che separa Jacques Delors e Romano Prodi da Manuel Barroso e Jean Claude Juncker per quanto concerne l’Ue.

Senza voler con questo avanzare paragoni politico-morali o giustificazioni di certe politiche e decisioni discutibili, la capacità in generale, e quella di leadership in particolare, sembrano superiori presso le classi politiche non occidentali, se ci soffermiamo per un momento su Putin, Xi, Erdogan e Rouhani.

Esercitare leadership, termine che deriva dalla parola inglese lead, ovvero condurre, significa tracciare una strada. Indicare un percorso, ispirare scelte ed una politica sulla base di principi. Non, come sempre più frequentemente accade, appiattirsi kakistocraticamente sulla pancia dell’elettorato. Magari sulla base di improbabili sondaggi d’opinione e nefasti suggerimenti di spin doctors in cerca d’autore.

Chiudendo con l’Italia, le aspettative disattese e le delusioni generate da Berlusconi e Renzi sono sotto gli occhi di tutti. Avanza una nuova classe politica animata da una forte motivazione, ostentatamente centrata sull’onestà. Questo, per un Paese come l’Italia, va benissimo. Se poi fosse accompagnata anche da un minimo di competenza andrebbe anche meglio.

Sembra tuttavia che la mancanza di competenza in Italia, invece di essere fonte di imbarazzo, sia invece rivendicata con orgoglio. Anzi, come aggravante, l’incompetenza palese è sovente accompagnata da crescente arroganza. Alcuni premier che ci hanno governato, ma non solo loro, hanno mostrato di sapere eccellere in questo binomio.

È una situazione che, naturalmente, si ripercuote a cascata su tutto l’apparato della pubblica amministrazione, dove buone prassi come la meritocrazia si sono estinte diversi anni fa a favore della kakistocrazia.

Questo effetto sconsolante colpisce anche quelle poche sacche di eccellenza ancora rimaste, come la diplomazia. Nelle ultime settimane, la carriera diplomatica ha visto alcune dimissioni eccellenti, fra cui quelle del Direttore politico (il vero motore della politica estera italiana e a tutti gli effetti il numero due della carriera), l’ambasciatore Luca Giansanti. Giansanti è stato costretto a lasciare dopo che il governo si è pervicacemente rifiutato di riconoscergli gli indubbi meriti acquisiti con l’incarico più delicato all’interno della Farnesina, con la nomina in sedi estere per le quali vantava titoli indubbiamente superiori a molti suoi colleghi.

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