Stavolta le elezioni si sono giocate sulla politica estera, e ha perso il partito globalista

SalviniL’esito politico di queste elezioni è chiaro: non è soltanto un’affermazione del Centrodestra a trazione Lega, come non è solo un successo del M5S. Questa è una parte del risultato, ma non è la più significativa politicamente.

I principali mezzi di informazione, vuoi per lo shock, vuoi per ragioni di agenda politica, continuano a tacere la circostanza che, per la prima volta dal 1948, lo scorso 4 marzo le elezioni si sono giocate sulla politica estera. Quel giorno, infatti, la volontà popolare ha espresso un giudizio nettissimo sulla politica estera del governo uscente, che ha pagato un prezzo altissimo in termini di popolarità.
Il voto è stato un forte “no” all’austerità economica e all’immigrazione selvaggia. I numeri sono chiari. La somma aritmetica dei consensi delle forze contrarie all’austerity voluta da Unione Europea e Germania, di cui il Pd è stato fedele esecutore, così come al pacchetto renziano “porte aperte + ius soli”, corrisponde a circa il 55% dell’elettorato. Se a questa si aggiungono i voti per i movimenti dell’estrema sinistra e della destra radicale che, realisticamente, non concorrevano per il governo della nazione, la quota sfiora addirittura il 60%.
Si tratta di un dato politico devastante. Per il Pd, che sconta l’aver ormai da molti anni abbandonato la tutela delle classi popolari in cerca di legittimazioni più, per così dire, transnazionali. Ma, soprattutto, il colpo veramente forte l’elettorato italiano lo ha inferto al progetto di integrazione europea della Merkel, imperniato sul dogma “austerità e deflazione” che favorisce slealmente la Germania, che vede le proprie esportazioni volare ma tiene il freno a mano tirato sull’import, con effetti recessivi per le altre economie europee.
Le elezioni sono un “no” alla politica commerciale beggar thy neighbor renana, di cui l’Italia è stata dal 2002 ad oggi la vittima principale.
Che sin dalla sua unificazione nel XIX secolo la Germania e i suoi dirigenti abbiano con regolare ciclicità perso il senso del limite è cosa nota ai più. Peccato che, proprio a causa del suo disprezzo per le altrui ragioni, la Germania il limite se lo è con analoga regolarità visto imporre. E non sempre con le buone.
Questo appare, a ben vedere, il dato politico delle elezioni in Italia: un fermo altolà alla Germania e alla sua miope egemonia da bottegai, espresso con i civilissimi strumenti della democrazia, del voto, della volontà popolare. Altroché populismo.
E non tanto una divaricazione Centrodestra-M5S articolata lungo il clivage nord-sud, come qualcuno ha già maliziosamente cercato di spiegare. Magari sperando anche di ravvivare antichi quanto logori dualismi affinché il vero problema resti in secondo piano.
È vero che Nord e Sud hanno votato in modo che potrebbe sembrare quasi opposto. È altrettanto vero però che gli elettori del Nord e quelli del Sud, le cui ragioni sono egualmente legittime, hanno ben compreso che la causa del loro scontento è la stessa: la crescente divaricazione fra le politiche tracciate dalle élites di Bruxelles e Francoforte e l’interesse dell’Italia e dei suoi cittadini.
A parere di DiplomaziaItaliana, si deve ora ripartire da programmi e obiettivi. Da un’analisi realista delle esigenze del Paese, degli strumenti disponibili e della volontà del popolo italiano.
È un dato di fatto che in questa fase storica l’interesse nazionale è di rilanciare crescita e occupazione anche con provvedimenti d’urto e di fermare l’ondata migratoria che, a dispetto di quanto qualcuno abbia in vano cercato di spiegare al popolo bue, è tutt’altro che inarrestabile. E questo è, non a caso, esattamente quanto chiesto dall’elettorato.
Il Centrodestra è il primo schieramento d’Italia e ha il dovere di dare una risposta all’elettorato. Concreta e fattibile. Esso ha due imperativi, che fanno premio sopra tutto. Il primo è mantenere salda la propria unità. La seconda è avviare un tavolo negoziale con il M5S per esplorare la possibilità di una convergenza politica su pochi punti, ma di rilievo strategico per la nazione: il rapporto fra Italia e UE (e, di riflesso, con Berlino e Parigi), che investe tanto le politiche di austerità quanto il nodo dell’immigrazione da un lato; la crescita economica e il lavoro, per mezzo di un sostegno ai settori più sofferenti della società utilizzando le leve dell’inclusione, del fisco e dello sviluppo infrastrutturale dall’altro.
Forse, per la prima volta nella storia repubblicana, si stanno finalmente creando le condizioni per una vera riconciliazione nazionale, nel nome del superiore interesse dell’Italia e del suo popolo.
Il mandato conferito dalla schiacciante maggioranza dell’elettorato è straordinariamente chiaro e forte: tale da dare ad una squadra governativa Centrodestra-M5S un’autorevolezza inedita, anche nei confronti dell’establishment europeo.
Oggi nessuno schieramento ha i numeri per governare in solitaria. È come se l’elettorato avesse intuito che quanto chiede non può essere realizzato da un’unica parte politica, ma presuppone una assunzione di responsabilità e intese ampie fra le diverse anime della classe politica nazionale.
A quest’ultima, ora di raccogliere la sfida e di dimostrarsi classe dirigente, nel senso più nobile del termine.
Questo articolo è pubblicato anche su ItaliaNotizie24.it