Libia, disastro diplomatico italiano

Conte e Di Maio cercano di rilanciare la politica italiana in Libia e finiscono sotto scacco. E' la realtà che presenta il conto: all'Italia manca un governo figlio di un chiaro mandato elettorale, che in democrazia è l'unica fonte di legittimazione e autorevolezza.

disastro libiaSe la crisi in Libia non avesse un profilo drammatico, sia per i suoi aspetti umanitari, sia per la sempre più velleitaria politica italiana in quel paese, sembrerebbe di assistere a uno spettacolo comico.

Conte si fa dare buca da Al Serraj

È, infatti, di queste ore la notizia di un nuovo disastro diplomatico italiano. Nel tentativo di restituire all’Italia un ruolo nella crisi libica, l’8 gennaio il premier Conte ha organizzato due incontri a Palazzo Chigi. Con il “leader” della Cirenaica, Khalifa Haftar, il primo. Con Fayez Al Serraj, capo del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, il secondo.

Nei disegni di Conte, il duplice incontro avrebbe dovuto rilanciare il ruolo dell’Italia in Libia, accreditandola come mediatore fra le due fazioni in guerra.

Tuttavia, poco prima dell’inizio dei colloqui, Serraj si è rifiutato di incontrare Conte. Il premier libico, che in mattinata era a Bruxelles per incontrare l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza Borrell, è rientrato a Tripoli senza passare da Roma. Fonti del governo libico hanno rivelato che Serraj ha deciso di non incontrare Conte dopo aver appreso del colloquio fra il premier italiano e Haftar.

Serraj irritato dalla goffa iniziativa diplomatica italiana

Secondo ricostruzioni ufficiose, l’irritazione di Serraj sarebbe stata provocata da due gravi sgarbi, entrambi imputabili a Conte.

Primo, Serraj avrebbe saputo dei colloqui Conte-Haftar dalla stampa. Non da Palazzo Chigi, né dalla Farnesina, né dall’ambasciata d’Italia a Tripoli. Secondo, Conte ha scelto di incontrare prima Haftar e poi Serraj, violando così il cerimoniale diplomatico, secondo cui un capo di governo ha la precedenza su un ufficiale delle forze armate.

La ricostruzione di questo incidente diplomatico è confermata da Lev Dengov, influente capo del gruppo di contatto russo per la Libia. Per Dengov, il governo Conte non è stato capace di “organizzare in modo corretto l’incontro”. Inoltre, ha aggiunto il negoziatore russo, “molti punti non sono stati discussi con entrambe le parti” – come era invece dovere dell’esecutivo italiano, “regista” degli incontri.

L’offesa a Serraj, una catena di errori di rara maldestria

La catena di maldestri errori che ha portato Serraj a prendere a schiaffi l’Italia non può non chiamare in causa i collaboratori di Conte e del ministro degli esteri Di Maio. Diplomatici che per esperienza sanno che i colloqui vanno sempre concordati nei minimi dettagli con la controparte. Funzionari che non possono ignorare le più elementari regole di cerimoniale al punto di offendere il capo del governo di un paese strategico per gli interessi italiani.

In tutta evidenza, ci sono gravi responsabilità all’origine di questo disastro. Dell’ufficio del consigliere diplomatico del premier Conte? Del mancato coordinamento della Farnesina? Dell’ambasciata d’Italia a Tripoli? Difficile dirlo.

Sentiti sulla vicenda, alcuni diplomatici si lasciano sfuggire che la Farnesina sconta ormai da tempo una fase di disorganizzazione e demotivazione, che incide sull’efficacia della politica estera italiana. Ciò posto – osservano tuttavia – in altri paesi i responsabili di questo disastro verrebbero immediatamente avvicendati.

Una ricerca di successi da spendere in chiave interna

Per certi versi, l’incidente diplomatico con Serraj va al di là della maldestria.

Secondo alcuni, aver tenuto Serraj e i suoi collaboratori all’oscuro dei colloqui Conte-Haftar sarebbe stata una scelta politica consapevole. Una mossa irrituale per avere entrambi i rivali contemporaneamente a Palazzo Chigi. Metterli allo stesso tavolo. E – magari – favorire una stretta di mano ad uso stampa.

Un risultato con ogni probabilità inutile ai fini di una soluzione della crisi libica. Ma ghiotto sotto il profilo mediatico per il governo Conte, alla ricerca di successi da spendere in chiave di politica interna. Questo spiegherebbe perché, secondo alcune ricostruzioni, Serraj “si sarebbe sentito come attirato in un tranello”.

Turchia e Russia occupano il vuoto politico in Libia

L’eclissi della politica estera italiana e la perdurante incapacità dell’Unione europea di trovare una sintesi creano un vuoto politico in Libia. Un vuoto che altre potenze, Turchia e Russia, stanno occupando.

Al termine del summit di Istanbul, Putin e Erdogan hanno chiesto alle fazioni in guerra un cessate-il-fuoco a partire dal prossimo 12 gennaio. Sarebbe, questo, un primo passo verso una de-escalation.

Simbolicamente, nel giorno dello schiaffo di Serraj a Conte, i primi militari turchi sbarcano sul suolo libico. È, questo, un nuovo passo della politica neo-ottomana di Erdogan. Con la guerra italo-turca del 1911-1912 e il trattato di Losanna del 1912 l’Italia strappò all’Impero ottomano quella che allora era una provincia imperiale composta da Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Oggi, oltre un secolo dopo, la Turchia rafforza la sua posizione in Libia a tutto svantaggio dell’Italia.

Perché la politica estera italiana continua a segnare il passo

Il bilancio per l’Italia è pesante. Da un lato, il tentativo di Conte e Di Maio di rilanciare la politica italiana in Libia è stato letteralmente strangolato nella culla. Dall’altro, l’opaca gestione dei colloqui con Haftar e Serraj ha offeso il capo del governo libico, un interlocutore con il quale occorrerà faticosamente ricucire i rapporti.

Quali che siano le responsabilità del disastro odierno, occorre guardare ad una prospettiva più ampia. Il dato politico è chiaro: dall’intervento militare di Usa, Regno Unito e Francia in Libia nel 2011, è la politica estera italiana nel suo insieme che è andata in frantumi.

Per Diplomazia Italiana, è la realtà che presenta il conto: da troppo tempo l’Italia non ha governi espressione di un chiaro mandato elettorale. Troppo spesso si dimentica che in democrazia il voto popolare è l’unica fonte di legittimazione dei pubblici poteri. Una legittimazione democratica che, in ultima analisi, rafforza la capacità dello Stato di difendere l’interesse nazionale. È, questo, il nodo ineludibile che la classe politica italiana prima o poi dovrà sciogliere.

 

 

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